Dr.  Benemeglio Enrico
 
    Psicologo  Psicoterapeuta
        Terapie  Individuali

 
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                                   Dal libro  IPNOSI e  REGRESSIONI
                                                                                

Il dr..Enrico Benemeglio e Paola Pazienti sono gli autori del libro " Ipnosi e Regressioni " 
Un compito non facile quello di rievocare gli amori e le vicende del passato dei protagonisti tramite l'ipnosi regressiva e nondimeno trasferire le emozioni, i sentimenti e le atmosfere che si vivono durante gli appuntamenti.

Psicologi entrambi, ispirati da una lunga e complessa pratica di ascolto, creano immagini storie e personaggi , situandoli in uno studio dove le richieste dei pazienti sono quelle di guarire dal proprio disagio.

Alcuni di loro chiederanno di poter andare.. molto....indietro nel tempo, in periodi o epoche di un loro passato  Il paziente rivivrà in maniera scorrevole e a volte sconvolgente episodi ricchi di particolari, nomi e avvenimenti che spesso fanno parte del loro passato . Attraverso queste ipnosi regressive rivivranno emozioni catartiche e liberatorie capaci di facilitare il cambiamento.

Ne conseguono ritratti di personaggi inquieti e combattivi che non si arrendono ad un destino momentaneamente avverso.

TERESA e LUISA

  A ripensarci bene, qualcosa di simile l’avevamo notato subito, tra Teresa e Luisa, qualcosa sulla stessa linea, senza riuscire ad identificarlo con precisione: una discrepanza, un’incoerenza, uno sfasamento, che interveniva tra ciò che dichiaravano interessarle o la professione che esercitavano e il tipo di femminilità proposto dal loro aspetto.

Era stato il maestro della scuola di recitazione che Teresa frequentava, a consigliarle di cercare un aiuto professionale per superare i problemi che incontrava quando saliva sul palcoscenico: più che di semplici esitazioni, infatti, si trattava di reali blocchi, vuoti di memoria, rifiuti. Eppure era Teresa stessa a proclamare la sua passione per il teatro e la recitazione, a sognare una carriera nel mondo artistico, ad affermare che non si sentiva bene che sulla scena, che lì si trovava la sua vera vita.

  Luisa, da parte sua, era venuta a consultare il dottore per dei problemi di amenorrea e di bulimia. Bella donna in carriera, di successo, direttrice di una casa di moda, con un fisico curato, anzi addirittura costruito con i consigli e l’aiuto di personal training, palestre specializzate e chirurgia plastica, scolpito in modo intenzionale ed aggressivo, muscoloso, scattante.

  Teresa invece era semplicemente una bella ragazza, priva di curve pronunciate. Era arrivata per il primo incontro con il dottore, vestita di una salopette di jeans ed una lunga tee-shirt bianca di cotone, senza trucco, senza colori.

  Fin dai primi colloqui, era apparso anche che ambedue avevano difficoltà nel loro rapporto affettivo e relazionale con l'altro sesso.

  Teresa aveva avuto rare storie e tutte insoddisfacenti, che le avevano anzi lasciato amari ricordi: uomini poco attenti, impazienti, esigenti, che le richiedevano con poca tenerezza prestazioni che lei non si sentiva di dare.

  L’affettività di Luisa pnvece era a dir poco singolare: storie trasgressive e sessualizzate al massimo, usa-e-getta, in cui tutto si concentrava in rapporti brevi, intensi, violenti e a volte quasi sadici, dove lei dominava completamente i suoi partner che si sentivano stimolati, addirittura eccitati dalla novità e dalla provocazione, ma che poi venivano immancabilmente allontanati, se non perfino brutalmente “scaricati”. Finché non aveva incontrato un uomo che ne valeva la pena, e lei lo aveva trattato come gli altri, non perché lo volesse, ma perché non era capace di fare altro, non era capace di trattenerlo..

  Per ciò che solo in seguito mi parve una coincidenza significativa, la prima tecnica di induzione ipnotica che il dottore utilizzò con Teresa fu di tipo verbale e tradizionale e quindi non di ipnosi benemegliana: probabilmante perchè la sensibilità della ragazza richiedeva una induzione delicata, sensibile e...lenta: Cominciava con l’invito a chiudere gli occhi e ad ascoltare la sua voce. Poi le chiese di spostare la sua attenzione immaginando visivamente i polpastrelli delle proprie dita, e di pensare unicamente ad essi; poi di salire lentamente su, su, sino ad immaginare le proprie mani, le proprie braccia, e la avvertì che probabilmente avrebbe sentito le braccia diventare pesanti, dolcemente pesanti. Finalmente, il ritmo respiratorio di Teresa cambiò, e quello era uno dei segnali che, per esperienza, denotava l’inizio della trance. Da lì partimmo nell’ipnosi regressiva vera e propria. Osservai però che c’erano poche risposte significative ai periodi corrispondenti all’adolescenza, e si cominciò a risalire all’indietro nell’infanzia: fu proprio nella fase corrispondente a questo periodo che comparvero risposte evidenti. Durante la trance ipnotica, d’un tratto, senza segni di preavviso, Teresa si ritrasse d’un colpo, inquieta, e parve stesse cercando di proteggersi il corpo con le mani e le braccia, poi cercando di spazzare via, di togliersi di dosso con movimenti frenetici qualcosa che la terrorizzava e la minacciava; infine si rincantucciò nell’angolo del muro, scuotendo la testa, mugolando. Era così agitata che vidi il dottore fermarsi, come tentato di interrompere la seduta ipnotica e riportare immediatamente Teresa al presente, poi riprendere con molta attenzione: evidentemente pensava che se c’era qualcosa, era comunque meglio portarlo alla coscienza, seppure con cautela, e nella misura in cui Teresa poteva sopportarlo. Continuò così per qualche seduta, ogni volta che giungevamo a quella fase ipnotica: Teresa si metteva a soffrire, gemere, cercare di difendersi contro qualcosa di grande, incombente, che la assediava, qualcosa che non sembrava aggredirla violentemente, che sembrava piuttosto assalirla vischioso come una tela di ragno ed altrettanto invincibile. Era palese che il Dottore stava lottando accanto a lei, al suo fianco, per identificare ciò che la opprimeva, ponendole domande, incitandola, cercando di indirizzarla. Però, per quanto la sostenesse, Teresa era incapace di precisare meglio quel che succedeva; piagnucolava solo come una bambina confusa, contro la coercizione a fare ciò che non voleva, supplicando e protestando che no, per piacere, che aveva paura, che era brutto: una lotta infantile con un’immagine mentale insidiosa, crudele, ambigua e pervadente. Quando usciva dalla trance era spossata e sperduta, ma non ricordava nulla. Mi domandavo ogni volta se non si potesse aggirare l’ostacolo, cercare di avvicinarsi al problema da un altro angolo, ma ogni volta, puntualmente, inevitabilmente, ci ritrovavamo in questa lotta cieca, come se Teresa fosse spinta da un impellente, travolgente bisogno ad un atroce appuntamento. Ci mettemmo ad osservare più da vicino i suoi gesti durante la regressione: le sue mani di giovane donna si agitavano in movimenti poco precisi, poco coordinati, come se i suoi muscoli non fossero ancora pienamente sviluppati, o come se incontrassero superfici inaspettate. Allora cominciammo a portare l’attenzione di Teresa sulle sue mani, su come erano deboli, piccole e incerte, ed il terrore di questa aumentò di colpo. Parlò a sua volta, fra i singhiozzi, di mani grosse, grandi, pelose, dure, e finì per affermare di vederle, quelle mani, di sentirsele addosso dappertutto, come bestie orribili; della cicatrice a forma di mezzaluna lungo uno degli indici, del colore sale e pepe dei peli, dei polpastrelli a spatola, delle vene gonfie, dei polsi spessi come tronchi, enormi mani, di fronte alla quali le sue diventavano inesistenti, sparivano, come se non avessero più presa, come se fossero fatte di burro. La sua voce, da piagnucolosa che era, divenne strozzata. Teresa era come paralizzata e cercava solo di scuotere la testa, riuscendoci a pena, sempre più debolmente. Il Dottore notò quel movimento e cominciò a parlare a Teresa della sua testa, domandandole se anche la sua testa cercasse di resistere a qualcosa. Teresa non rispose: mugolava, serrava le labbra. Poi cedette d’un tratto, e la testa le si afflosciò sul petto. La seduta seguente, stranamente, Teresa sembrava star meglio, e appena giungemmo alla fase della regressione, si illuminò e prese un’aria da cospiratrice per parlare un po’ incoerentemente di giochi, di avere fretta, di un segreto, di essere speciale, di sorprese. Era eccitata, rideva, muoveva i piedi come stesse saltellando. Poi ripiombò nella lotta contro le mani enormi, contro ciò che le premeva sulla bocca stretta. Il Dottore le chiese di concentrarsi maggiormente, di guardare bene attorno a sé, di vedere a chi appartenevano quelle mani, e gli occhi che Teresa aprì erano sbarrati di paura, di angoscia, di senso di colpa. Poi le disse di richiudere gli occhi e di guardare bene quelle immagini mentali . di guardare il viso, e anche di guardare dove si trovava lei, cosa c’era attorno. Le mani grosse, le mani grandi, all’inizio non vedeva che le mani, ed il Dottore insisteva sul volto: com’era? Giovane, vecchio, colore degli occhi, dei capelli, forma del naso, della bocca, c’erano baffi, o nei, verruche o cicatrici, le sopracciglia, le guance, la mascella, l’incarnato, le orecchie, la fronte… Ci vollero alcuni minuti ancora di lotta e di strazio, per arrivare a vedere finalmente quel volto. E quando Teresa lo vide, lo riconobbe e scoppiò in un grido. Poi risentì anche la voce, sorda, roca, e il rombo del mare poco distante. Poi vide il luogo, una rimessa per le reti da pesca fatta di assi marce e sconnesse, e l’odore-sapore salmastro e di alghe e muffa, la sensazione delle assi ruvide sulla pelle, e delle reti. E poi, alla fine, ci raccontò tra i singhiozzi quello che l’uomo dalle grosse mani, l’amico di famiglia le diceva con la sua voce bassa, e di come s’era sentita lei, dapprima lusingata ed eccitata dal mistero, poi inquieta e incuriosita , e dopo torturata e turbata dalle continue richieste dell'uomo che si facevano sempre più audaci fino a ..........
Teresa riuscì a superare i suoi blocchi, riprese interesse nel teatro, e nell'amore. Trovò anche un ragazzo mite e molto dolce, ed era lei a doverlo stimolare sessualmente, il che sembrava divertirla abbastanza.

  Luisa ricordava avvenimenti del passato anche senza l'ipnosi , ma non riusciva a comprendere e a distinguere se si trattasse di ricordi realmente accaduti nella sua infanzia, di un sogno o di una sua fantasia erotica ossessiva e protratta nel tempo. Il caso si presentava piuttosto curioso poichè molte persone sognano di essere inseguite da uno sconosciuto con intenzioni violente, ricordando nel sogno anche qualche caratteristica abnorme dell'inseguitore, come ad esempio i piedi, le mani, le gambe ecc. Questa volta il dottore usò tecniche ipnotiche non verbali, ponendo la ragazza in piedi al centro della stanza e osservandola attentamente: Luisa attribuiva logicamente al padre la causa dei suoi problemi, ma a giocare un ruolo determinante sulla sua emotività, era la madre. Si utilizzò quindi il simbolismo appropriato nell'induzione ipnotica. Una volta ottenuta in feedback la risposta analogica di consenso, il dottore, avendo ormai verificato che Luisa era in ipnosi, le chiese di chiudere gli occhi. Luisa andò immediatamente in trance  

 

Ogni volta che litigava con il padre le prendeva voglia di scappare, di andarsene dal paese, magari andare a lavorare in città, basta fosse fuori da lì, e appena poteva correva a sfogarsi sferrando calci alla sabbia delle dune ed ai ciottoli portati dalle mareggiate d’inverno, a correre a perdifiato contro la sferza del vento, a urlare ai gabbiani che veleggiavano bassi. E sua madre poteva pure chiamarla per ore, lei tornava solo a sera, sfinita e intirizzita ma calma ed indifferente ai brontolii, ai rimproveri, alle domande. Ci si erano abituati, alle sue assenze, ormai: facevano parte dei rituali d’inverno, quando gli uomini restavano a casa per le tempeste, non potendo uscire fuori con le barche e si innervosivano contro le donne. E lei, s’era abituata a gridare a squarciagola la sua rabbia sulla spiaggia, da sola, fino a sovrastare il fragore dei marosi. Una sera di quelle fece più tardi del solito e sentì arrivare l’urto di una persona che le piombò addosso alle spalle e la scaraventò sulla sabbia, si sentì sola, afferrata da due enormi, avide mani. Ma lo spavento la fece scattare, ripensò che aveva imparato a difendersi giocando alla lotta con i fratelli, ed era sempre stata più forte di quel che sembrava. Riuscì a tirare calci, a svincolarsi dalla presa, a balzare in piedi e scappare via, con la sabbia che le franava sotto i piedi e la facevano inciampare, in preda al terrore, con il cuore che le scoppiava in petto e il gusto acido della paura in bocca, senza nemmeno voltarsi, senza perdere tempo a gridare o cercare aiuto, afferrandosi ai ciuffi d’erba per risalire sulle dune, senza proteggersi gli occhi dagli schizzi accecanti della sabbia. Scappava soltanto, e non sapeva dove. Finì per scorgere una vecchia rimessa abbandonata che si reggeva a malapena, fra le dune e la pineta, e le sembrò quasi casa, quasi un rifugio. Ci corse dentro, sprangò la porta come poteva, trovò in un angolo un mucchio di vecchie reti un po’ ammuffite, le trascinò nell’angolo più buio, ci si rincantucciò sotto, cercando di calmarsi, di riprendere fiato, di inghiottire il groppo in gola. E già si stavano attenuando i formicolii nelle sue gambe, e si stava rallentando il suo ansimare, quando la porta si spezzò sotto uno schianto, e si stagliò per un attimo controluce una figura nera con le mani immense. Era buio pesto ma le sembrò di riconoscere la figura di un uomo ostile, ma con un'aria familiare, anche se non voleva credere ai suoi occhi e preferiva pensare che fosse un estraneo qualsiasi, un passeggiatore solitario come lei, lungo la spiaggia. Poi le fu addosso, e lei si difese come una belva, picchiando, scalciando, graffiando, mordendo, e vide come in bagliori le sciabolate di luce tra le assi illuminare la manaccia con una cicatrice a mezzaluna sull’indice, che le spinse la testa indietro coprendole quasi tutta la faccia, i peli sale-e-pepe, i polsi tozzi, i polpastrelli a spatola; udì, sul fondo del fragore delle onde, il respiro rauco dell’uomo e le proprie grida; sentì l’odore del corpo eccitato e il sudore della propria paura; inchiodata, schiacciata dal peso e invischiata nelle reti, e il dolore la squarciò come un maglio. Tornò a casa la notte. L'indomani vide che nessuno dei suoi familiari portava i segni di una lotta notturna, neppure un graffio. Rricordava inoltre molto bene le mani del suo violentatore ma della mezza luna...nessuna traccia nella famiglia.

Il dottore, una volta deipnotizzata Luisa, le chiese se litigasse o avesse litigato spesso con il padre e Luisa rispose...a volte.. Inoltre le chiese se effettivamente abitavano o avessero mai abitato una casa al mare corrispondente alle caratteristiche appena narrate, ma a questa domande giungeva la risposta ...non ricordo... Sebbene saremmo stati portati a dedurre che i pensieri ossessivi erano frutto di un sogno o di una strana fantasia erotica, c'era senza dubbio bisogno di sedute di approfondimento non foss'altro per quei due particolari: il primo che Luisa durante l'ipnosi riviveva in maniera piena e coinvolgente l'evento narrato, con pianti grida e calci, e non poteva essere un'invenzione. Il secondo particolare era rappresentato dalle caratteristiche delle mani, grosse e con la cicatrice a mezzaluna. Certo che rimanemmo sbalorditi, nel riconoscere in quelle mani, quelle che realmente avevano abusato di Teresa.

Da ciò che riuscimmo a sapere, quelle due donne non si erano mai conosciute: erano nate e vissute e abitavano in città e ambienti diversi, avevano la stessa età ma interessi ed educazione differenti, e i periodi in cui sono venute in studio non combaciavano.Nelle successive sedute con Luisa abbandonammo la curiosità di verificare se l'incontro fosse avvenuto realmente, o meno, e trattammo il disturbo secondo i classici canoni della psicoterapia ipnotica. Certo, a voler fantasticare potevamo dedurre che loro un appuntamento l’avevano avuto prima, entrambi, con quelle mani enormi che le avevano aggredite, ferite, mani nemiche. Mani che avevano provocato un rifiuto del loro corpo e della loro femminilità così doloroso, così profondo, così totale, da riecheggiare nel tempo e portare a sintomi che non capivano né controllavano, avulsi dal contesto della loro vita.

Luisa, dopo poche settimane di , imparò a controllare la sua continua voglia di mangiare e dopo qualche giorno ebbe di nuovo le mestruazioni. Si prese anche a sperimentare giochi erotici meno dominanti, ed a cercare relazioni più affettuose e fiduciose.

INCONTRI AL BUIO

  La maggior parte delle volte, le sedute di ipnosi sono piene di sorprese: praticamente non c’è una in cui non si sorga l’inatteso. Questo è veramente un campo dove, per dirla biblicamente, lo spirito soffia dove vuole. Perciò, non sempre si possono elaborare ipotesi, schemi di comportamento o di funzionamento, concetti esplicativi o operativi chiari e definiti, nonostante l’impegno, l’aspirazione, o l’esigenza professionale del terapista: anche questi deve accettare di mettere in causa le sue certezze, di seguire cammini sconosciuti.

Capita pure che le persone in ipnosi regressiva narrino di avvenimenti ricchi di particolari che poi, fuori dalla trance ipnotica, non ricordano di aver effettivamente vissuto. Questo materiale a volte è prezioso quanto quello del "vissuto". Può paragonarsi ad una "analisi immaginativa" che si esprime con rappresentazioni simboliche e che, come un sogno, va interpretata in termini onirici, poiché mostra comunque "un significante" e "un significato".

Certi incontri, nell’ipnosi regressiva, sono presenze che sorgono dal buio: possono portare il meglio o il peggio, e talvolta entrambi, insieme.

   

VALERIA

Una  volta domandai al Dottore di quanto era riuscito ad andare indietro nel tempo nelle sue sedute di ipnosi e come conobbe l’ipnosi regressiva remota. Mi rispose che si era trovato in questa situazione per la prima volta vent’anni prima, in modo del tutto inaspettato e con risultati, a detta degli interessati, abbastanza impressionanti. Ecco cosa raccontò:

 

"A quell’epoca l’Istituto era situato in pieno centro storico, vicino al Parlamento, e già lì tenevamo corsi di ipnosi. Non si trattava perciò di una situazione terapeutica, con un paziente che presenta lamentele e richieste precise, ma di una situazione d’insegnamento e sperimentazione. Durante il corso si erano fatte sempre più insistenti, da parte degli allievi, le richieste di assistere almeno ad un esperimento di ipnosi regressiva remota; avvertivo nell’aria che lo consideravano un completamento del corso di ipnosi. Non avevo esperienze precedenti, ma sentivo di non potermi tirare indietro. Chiesi quindi agli studenti di portare dei soggetti che accettassero di essere ipnotizzati a tale scopo. Uno degli studenti era un medico dentista, e ci disse che avrebbe domandato a sua figlia, ventenne, se le interessava collaborare. Così fu, e un giorno il medico in questione si presentò con Valeria, una ragazza un po’ chiusa, pallida, tesa, silenziosa. Cercammo di metterla a suo agio, ma il padre spiegò che non era particolarmente emozionata dalla prospettiva di partecipare all’esperimento, che era sempre così, anche a casa. Volli però accertarmi se la ragazza fosse "complementare" all’ipnosi, o se fosse piuttosto venuta malvolentieri, spinta o convinta dal padre, e quindi "simmetrica" all’esperimento. Utilizzai per questo le tecniche di comunicazione non verbale insegnate nel nostro Istituto per verificare l'ipnotizzabilità di Valeria, e quanto era accessibile e desiderosa di partecipare. A mia sorpresa, la risposta fu immediata, positiva e decisa, poco in tono con l’aspetto ed il comportamento esplicito e manifesto allo stato di coscienza di veglia, così vago, incerto, ritirato: chiaramente, l’inconscio cercava canali e modi di comunicazione propri .

L’induzione ipnotica si fece agevolmente, con la ragazza tranquillamente in piedi, e la regressione ipnotica dava segnali univoci e chiari, nel rimontare indietro nel tempo. È importante, in questo tipo di ipnosi, stare molto attenti ai segnali non verbali, seguire ciò che detta la propria intuizione nell’entrare in contatto con la personalità analogica della persona che si ipnotizza, per cercarne di comprendere i bisogni. Portai quest’ultima al momento della nascita, ancora legata dal cordone ombelicale e a riposo sul ventre materno. Poi le impartii la suggestione di sentirsi tirare indietro, come se il cordone ombelicale stesse riavvolgendosi, e di trovarsi in posizione fetale nell’ambiente tiepido e tranquillo dell’utero materno... Le gambe della ragazza cedettero improvvisamente, e lei si accasciò dolcemente per terra in posizione fetale. Fummo tutti colti di sorpresa da quel movimento inaspettato, poi reagimmo insieme per sollevarla almeno dal pavimento freddo e trasportarla ed adagiarla sulla tavola. Quindi ripresi il conto, questa volta lentamente e avanti nel tempo, sorvegliando se e quando si manifestassero eventualmente segni o comportamenti che potessero farci pensare che la ragazza stesse rivivendo qualcosa. Era la prima volta che tentavo l’esperienza di una ipnosi regressiva remota ed il percorso era casuale, senza una meta precisa, citando i mesi ad intervalli arbitrari. D’improvviso ci fu uno scossone, quasi una convulsione, e senza preavviso la ragazza cominciò a piangere, a lamentarsi, a divincolarsi e protestare : il buio, il buio, mi fa paura, perché mi avete lasciato gridò con tanta veemenza che ne fummo tutti scossi ed emozionati. Decisi che forse non era il caso di proseguire oltre, prima di saperne un po’ di più, e volli riportarla al presente con le abituali tecniche di de-ipnotizzazione. Ma contemporaneamente si capiva che eravamo subito arrivati ad un "turbamento" importante e personale. La ragazza continuava ad agitarsi, tremare e gridare:"Il buio mi fa paura, lasciatemi uscire!" e non rispondeva alla nostra voce, alle nostre sollecitazioni. Per un attimo temetti che la situazione mi stesse sfuggendo di mano. Perciò cercai di riprendere il controllo con opportuni comandi di rilassamento, per permetterle di esprimere ciò che ovviamente aveva un tale prepotente ed incoercibile bisogno di venir fuori."

 

"Lunghi, altissimi, gelidi corridoi, con grandi finestroni quando davano sul cortile, con file di porte quando portavano alle camerate. Pietra grigia, vuota, opaca. Tutte in fila nei grembiuli grigi, tutte, salvo quelle che erano punite, ed io c’ero sempre, fra le punite. Qualche volta mi sembrava che qualsiasi cosa facessi era sbagliata, mal fatta, cattiva, e qualche volta non facevo niente, ed ero punita lo stesso. Ero punita, e basta, anche domandare perché portava ad altre punizioni. Quelle che erano punite lavavano la pietra ruvida con spazzole e stracci, in ginocchio per terra, anche d’inverno, con l’acqua ghiaccia che dovevamo andare a prendere a secchiate alla pompa in cortile; mani e ginocchia dolevano dai geloni e dalle sbucciature. Ce n’erano tutti i tipi, di punizioni, ed ogni tanto ce n’era una nuova, ed erano tutte incomprensibili, arbitrarie. Però qualcosa, a proposito delle punizioni, io l’aveva capita: non avevano nulla a che fare con la necessità di eseguire i lavori duri e la mancanza di personale, perché lì, personale per le pulizie ce n’era, e talvolta stavano lì senza far niente a guardar faticare noi ragazze con una specie di maligna soddisfazione, come ci prendessero gusto anche loro, a vedere umiliare “e signorine”, come se, chissà, lo trovassero giusto che altre passassero di lì. Io mi domandavo quante, di quelle, c’erano entrate da piccole come convitte, nell’orfanotrofio. E le punizioni non avevano niente a che fare neanche con chi era di buona famiglia o di origine contadina, chi aveva lontani parenti che pagavano o chi era mantenuta dalla carità pubblica. No: avevano a che fare unicamente con chi era totalmente sola, e con chi era stata cresciuta senza affetto. Quelle sì, che bisogna correggerle con tutti i mezzi! Tanto nessuno sarebbe venuto a domandare niente a nostro proposito, tanto da lì non saremmo mai uscite, al massimo come inservienti in altre case, e meglio imparassimo subito che vita avremmo avuto. I direttori stavano soprattutto attenti a che non si creassero amicizie tra le ragazze: quando due di noi cominciavano a parlarsi un po’ di più, venivamo subito separate ed inviate in camerate diverse. Il freddo continuo, anche d’estate, si sopportava, faceva parte della casa, trasudava dalle vecchie mura di pietra, ed anche la fame, con la scusa che eravamo mantenute dalla carità altrui, e il rigore dell’insegnamento, mi dicevo che forse un giorno mi sarebbe servito, anche di strofinare scale e pavimenti per giorni e giorni, pure se nell’immediato era solo una pena, ma le umiliazioni, quelle proprio non le capivo, se non che mi si predicava sempre: “Un giorno ce ne ringrazierai!” Quando passava lui, con i suoi occhi di ghiaccio che sembravano inchiodarmi, tremavo; ma la moglie del direttore non la si sentiva arrivare, era alle tue spalle d’un tratto, come sorgesse dall’ombra, ed era lei che inventava sempre nuove punizioni, e ragioni per punirmi. Era la moglie del direttore che aveva pensato a farmi lavare un corridoio più e più volte di seguito, a farmi salire le scale in ginocchio, di fronte a tutte le compagne, era lei che mi spiava sempre per scovare cosa mi facesse più paura. E finalmente aveva trovato: la rimessa in fondo alla cantina, quasi una segreta. Esserci chiusa dentro era il terrore più abbietto, innominabile, avrei fatto qualsiasi cosa, accettato tutto, pur di evitarla. Non sapevo mai per quanto tempo mi ci avrebbero lasciata, avrei potuto morirci, marcirci, lì, se si dimenticavano di me. Nel buio, sola. Per quanto tempo avevo gridato, pianto, non lo sapevo mai, ma era lì che avevo maledetto i miei genitori la prima volta, con tutta la mia anima, per avermi lasciata, per essersene andati via da soli, senza di me.”

 

A questo punto non disse più nulla e quando riuscii a riportarla al presente, Valeria era più calma, e tornò a casa con il padre. Alla lezione successiva volli discuterne, in privato, con il dentista, ed egli mi confessò che effettivamente, Valeria non era figlia naturale ma adottata, e che comunque la ragazza non aveva mai subito simili “trattamenti punitivi” ma che lui sospettava che le fosse successo “qualcosa di brutto” e di averla portata con la segreta speranza che, attraverso l’ipnosi, si potesse riuscire a fare luce. Perché ne aveva, di problemi, quella ragazza, e i genitori non riuscivano a spiegarsi per quale ragione, lei non sembrava mai contenta, mai soddisfatta, come se, sempre, le mancasse qualcosa. Mi disse il padre che l’avrebbe portata nel mio studio, per delle sedute a carattere terapeutico. Dopo pochi incontri la figlia era cambiata in modo significativo, e nel giro di qualche settimana, finalmente cominciava ad essere più serena ed anche spensierata, come le altre ragazze della sua età. Facemmo in modo che fossero anche i genitori ad essere un poco cambiati verso di lei, e che a questo lei reagisse positivamente. Forse in quel caso la ragazza non aveva trovato altro modo per comunicare ai genitori la sua solitudine e ciò di cui aveva bisogno. La “lezione”, il bisogno vissuto nell’ipnosi regressiva remota, allora, non riguardava solo la ragazza, ma anche i suoi genitori: era un grido dell’anima, una richiesta .